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Gaza e noi
Von Stefano Comi | 1.Januar 2009
Veritá e bugie nella tragedia di Gaza
Da: Il Derviscio
Il ritornello al quale ci hanno abituati negli ultimi anni come ad un mantra, vuole che fino a quando non verrá risolto il conflitto israeliano-palestinese non sará possibile risolvere i conflitti piú grandi che insanguinano il medio e il vicino oriente. Qualcuno poi vuole vedere nel fatto che Gerusalemme é cittá santa delle tre grandi religioni monoteiste, il nocciolo del conflitto. Due bugie per nascondere una veritá ovvia. Il nocciolo dei conflitti regionali é di origine economica e geopolitica e, fino a quando questi non verranno risolti, Israele, Gaza e i territori limitrofi saranno teatro di scontri e rappresaglie delle manovalanze al servizio dei burattinai dietro le quinte.
Dietro le quinte c’è la repubblica iraniana che cerca di affermare la propria autonomia e il proprio ruolo trainante dell’economia regionale. L’Iran puó contare su importanti giacimenti di petrolio al sud, un robusto sviluppo industriale al nord, un sistema di pipeline che potrebbe assicurare il trasporto del greggio caucasico a Shatt el Arab a prezzi stracciati. Il programma nucleare, giá patteggiato dallo scià Reza Pahlevi a metá degli anni sessanta con l’allora Repubblica Federale Tedesca, è arrivato ormai alla fase finale e potrá garantire energia all’industria in espansione. Dopo l’occupazione dell’Irak da parte delle truppe alleate, l’Iran è diventato punto di riferimento politico della maggioranza sciita e interlocutore primo nella complessa e delicata struttura politica di Bagdad. L’Iran ha bisogno al suo interno di un momento di aggregazione di tutte le forze e correnti politiche e lo trova nella “lotta all’imperialismo sionista” elargendo finanziamenti sufficienti e qualche centinaio di vecchi missili al partito degli Hizbollah, in grado di costituire una seria minaccia ai confini a Nord di Israele. La foto di un paio di missili intercontinentali e un discorso ambiguo del suo presidente Achmadinejah completano il fondale della scena.
Dietro le quinte c’è l’erede russo dell’ex Unione Sovietica che vede messe in discussione tutte le sue vecchie strutture di alleanze e che non puó piú fare affidamento sull’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ormai completamente dipendente dall’assegno mensile dell’Unione Europea e dei paesi arabi.
Dietro le quinte ci sono quindi anche L’UE e i paesi arabi che hanno urgente bisogno di stabilità per continuare indisturbati i loro ottimi rapporti di scambio di merci, tecnologie e petrolio.
Last but not least, gli Stati Uniti d’America, intenti ad affermare anche qui la pax americana ed assicurarsi egemonie politiche, strategiche e militari vitali alla propria sopravvivenza.
È per questo che siamo stati testimoni di otto anni di guerra fra Iran e Irak, entrambi sostenuti e finanziati contemporaneamente da USA e ex URSS. Per questo siamo stati testimoni della trappola tesa a Saddam Hussein il quale, una volta presentato agli amici statunitensi il conto di otto anni di guerra su commissione, si è visto piantato in asso e minacciato dalla svendita al ribasso del greggio kuwaitiano. Per questo gli alleati occidentali, senza i tedeschi e i francesi che a Saddam vendevano e compravano di tutto, hanno avuto la necessitá di esportare la democrazia e andare alla ricerca di armi di distruzione di massa inesistenti. Per questo l’Iran da un giorno all’altro diventa, sui media occidentali, una minaccia incombente e, con la scusa dei pirati somali, davanti allo stretto di Hormuz si sta formando la piú grande armada dallo sbarco in Normandia, capace di ostruire lo stretto e tenere in ostaggio Teheran a tempo indeterminato.
Ora, ognuno di questi attori, è impegnato a costruire o influenzare lo scenario in modo tale da dirigere gli avvenimenti politici militari ed economici delle prossime decadi. Quale palcoscenico migliore di Israele e i territori autonomi dove gli alleati di questa o di quella fazione vivono porta a porta? E quale strategia migliore di quella di finanziare quinte colonne da impiegare in una lunga serie di stoccate, finte, parate e affondi in un copione ormai cosí complesso e confuso da poter essere interpretato solo dagli addetti al lavoro? Se negli anni passati ogni colpo inferto all’OLP era un avvertimento all’Unione Sovietica e le incursioni notturne dei feddayyn sul territorio israeliano una spina nel fianco a tutto l’occidente, oggi, in questa logica perversa del colpo su colpo, la sceneggiatura si complica, cosí come si sono complicati i rapporti internazionali dopo la caduta del muro di Berlino. Oggi sappiamo che, ad esempio, la bomba alla stazione di Bologna è stata probabilmente un avvertimento degli israeliani e dei loro alleati nei confronti di un’Italia troppo tollerante nei confronti dei traffici di armi sul nostro territorio destinate ai palestinesi. Cosí la recente guerra fra Hisbollah e Israele è stato probabilmente un momento diversivo della repubblica dell’Iran nei confronti della pressione diventata insostenibile del fronte occidentale contro il suo programma nucleare. Cosí i razzi Kassam sparati verso il territorio israeliano hanno il doppio scopo di mantenere alta la simpatia nei confronti di Hammas e di accontentare i burattinai che di Hammas tirano le fila. Hammas ha raccolto voti alle ultime elezioni facendo una campagna elettorale interamente improntata da slogan e proclami anti-israeliani e anti-semiti. L’OLP è accusato di essere troppo morbido nei confronti di Israele la cui distruzione è ancorato nel programma politico di Hammas. Cosí, se Hammas è riuscita in un primo momento a mettere piede in una situazione di completo degrado sociale, puó ora paradossalmente mantenere la sua egemonia perpetuando una situazione di conflitto permanente con Israele. Le capacitá di governo di questi signori sono nulle, anche perché, come gli altri attori di questa tragedia, Hammas è lí a rappresentare interessi di altri. Di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi, ad Hammas non ne importa nulla.
E Israele?
Il dieci di febbraio in Israele ci saranno le elezioni (ah!).
PRIMA degli attacchi a Gaza, il falco Benjamin Netanyahu era in testa ai sondaggi che lo davano vincitore.
DOPO gli attacchi e dopo le parole dure („pugno di ferro” ” guerra lunga” “annientare” …) dell’attuale ministro degli esteri e candidata al posto di Primo Ministro, la colomba Tzipi Livni ha superato Netanyahu.
C’é da credere che anche questa guerra finirà dopo le elezioni e che solo allora sará improvvisamente possibile parlare di pace e di trattative.
Quindi, chi siamo noi di fronte alla tragedia di Gaza?
Dimentichiamo il nostro schieramento politico. Alcune schiere di maledetti, al soldo di committenti comodamente seduti su divani di pelle circondati da raffinate cortigiane in uffici con l’aria condizionata, si fronteggiano per le strade dove vivono un milione e mezzo di donne, anziani, bambini e uomini senza piú una dignitá sociale, accecati dal bacillo dell’odio razziale, nazionalista, ideologico o religioso sapientemente inoculato loro nelle vene dagli esperti della propaganda mirata e finalizzata. Cercare una ragione storica, politica, razziale, ideologica o religiosa per poterci schierare da una parte o dall’altra ci trasforma in complici di chi lancia i razzi sulle abitazioni dei coloni o di chi bombarda indiscriminatamente la popolazione civile. Spiacente, non riesco a simpatizzare né coi gorilla senza cervello di Hammas né con gli strateghi della politica israeliana. La mia simpatia e solidarietá va a chi da mesi è costretto a vivere nei rifugi al riparo dei missili Kassam e con chi è tenuto ostaggio in un fazzoletto di terra che sembra aver attirato su di sé una maledizione vecchio-testamentaria.
”Gaza infatti sará desolata”
(Sofonia 2;4)
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